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La Storia del Gioco: il Medioevo

18/07/2019

ll Medioevo, in via tradizionale, indica il periodo che va dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.) alla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo (1492).
Pregiudizievolmente questa età di mezzo tra la fine del mondo antico e l’inizio dell’età moderna, viene spesso associata al mito dei “secoli bui” caratterizzati da un diffuso oscurantismo e da una certa decadenza culturale.


Tuttavia la ricerca storica degli ultimi decenni ha restituito un’immagine meno negativa del Medioevo. Infatti, in questo periodo storico si verificarono importanti progressi tecnologici nell’agricoltura e nella navigazione che permisero alla popolazione, nel corso di mille anni, di sopravvivere a gravi carestie e pestilenze e aprì la strada all’epoca delle grandi esplorazioni.


La società medievale era gerarchizzata, suddivisa in tre ordini principali: aristocrazia, clero, e artigiani/contadini ed era convinzione comune che questa suddivisione sociale riflettesse il disegno provvidenziale di Dio, ragion per cui era socialmente accettata.
Tra le classi sociali più povere il ritmo delle giornate era scandito da lunghi carichi di lavoro nei campi o nelle botteghe che occupavano quasi la totalità delle ore di veglia.

Eppure anche gli uomini medievali di condizione modesta seppero compensare la durezza del quotidiano con momenti di svago e spensieratezza, dove la componente ludica emergeva in modo strutturato e proteiforme.

Durante le festività e le domeniche, dove vigeva il divieto di lavorare, si vivevano momenti di serenità e divertimento tra tornei cavallereschi, battagliole, giochi di società, scacchi, dadi e sport di gruppo come la “soule” o la “pallacorda”, antesignani dei nostri giochi del calcio e del tennis.


I tornei cavallereschi erano organizzati dai signori feudali in occasioni di particolari ricorrenze, festività, matrimoni e vittorie in battaglie insieme a fastosi banchetti che si protraevano per diversi giorni.

Nati come addestramento militare, i tornei divennero via via importanti attività d’intrattenimento per la loro spettacolarità.

Erano dei duelli, a cavallo o a piedi, in cui i cavalieri si sfidavano, protetti da pesanti armature e brandendo spade o lance dalla punta spezzata, dando prova di abilità e coraggio. Pur in presenza di ferree regole comportamentali, durante i tornei e le giostre non erano rare ferite e colpi mortali.

Ciò spinse la Chiesa a disapprovare e condannare questo genere di attività ludica.


Tra i giochi da tavola (che comprendevano delle pedine poste su un tavoliere), ricopriva particolare importanza quello degli scacchi perché rifletteva la tripartizione della società medievale.

La scacchiera e le pedine fornivano infatti un’immagine allegorica della città attraverso cui interagivano le diverse classi sociali. Era una delle distrazioni favorite dall’aristocrazia, nonostante la Chiesa intervenisse regolarmente per proibirla.

Nella camera personale di Isabella di Baviera trovava posto un tavoliere in noce, mentre il duca Carlo d’Orléans era un assiduo giocatore praticandolo con i familiari nei suoi castelli, nelle residenze estive e durante i viaggi.


Il gioco dei dadi, ereditato dalla cultura e tradizione classica, si riaffermava come gioco più diffuso anche nel Medioevo. Questa attività ludica, di carattere aleatorio, costituiva un passatempo molto apprezzato in tutte le classi sociali. Alcuni signori ci giocavano con molto piacere come il conte Carlo d’Angiò, il conte Alfonso di Poitiers, il duca di Berry o Carlo di Navarra, primogenito di Carlo il Cattivo che, nel 1378 mentre viveva alla corte del re di Francia, ricevette a più riprese soldi per giocare a dadi.

Vi erano diverse tipologie di giochi con i dadi, molto apprezzato ad esempio nelle campagne era il “rafle” o “poulain” nel quale il vincitore riceveva un oggetto in natura. Nonostante le diverse varianti del gioco vigevano alcune regole generali a cui i giocatori dovevano sottostare:


1. si giocava con 3 dadi;
2. ogni dado doveva avere 6 facce e su ciascuna di esse era inciso il numero che andava da 1 a 6 e predisposti in modo tale che la somma dei punti posti sulle facce contrapposte, fosse sempre uguale a 7;
3. per stabilire chi dovesse giocare per primo si lanciavano i tre dadi e chi otteneva il punteggio più alto aveva il diritto di iniziare il gioco;
4. all’inizio di ogni partita si stabiliva tra i giocatori la puntata.


In Italia il gioco dei dadi più diffuso era quello della Zara, tanto che perfino Dante ne fa menzione nel canto IV del Purgatorio “quando si parte il gioco della zara, colui che perde si riman dolente, repetendo più volte e tristo impara…”.


Questo gioco seguiva delle regole diverse nel nostro Paese, infatti prima di tirare i tre dadi ogni giocatore dichiarava il risultato che avrebbe ottenuto, vinceva chi, dopo il lancio, conseguiva il punteggio dichiarato. I punteggi che potevano essere dichiarati variavano da 5 a 16, mentre chi conseguiva una somma pari a 3, 4, 17 e 18 otteneva un punteggio uguale a zero.


Durante l’alto medioevo, il gioco dei dadi, per via della sua natura aleatoria legata alla dimensione utilitaristica della vincita in denaro, venne investito da una dura censura sia sul piano giuridico, presente infatti nella legislazione consuetudinaria dell’epoca, sia su quello morale, in quanto connesso, secondo i precetti religiosi, al peccato di avarizia.
La sostanziale ostilità della cultura ecclesiastica verso il gioco, in particolare verso quei giochi che prevedevano vincite di denaro, investì anche gran parte del basso medioevo.


Tuttavia in questo arco temporale la sempre maggiore diversificazione delle pratiche ludiche, spinse le autorità pubbliche ad una scrupolosa attività di normazione. Infatti tra il il XIII e il XIV secolo si diffuse in molte zone dell’Europa una normativa statuaria del gioco aleatorio.

Si trattò di un processo che colpì, se pur in modo difforme, sia le nascenti monarchie come il regno di Aragona, di Castiglia e quello di Francia, sia i comuni dell’Italia centro-settentrionale e delle Fiandre.
Questa azione normativa si sforzò di delimitare e controllare il gioco d’azzardo.

Vennero istituiti così sia degli spazi pubblici nei quali i guadagni provenienti dal gioco vennero tutelati sotto il profilo giuridico, sia degli intervalli temporali in cui tutte le attività ludiche potevano essere liberamente praticate (festività religiose, fiere, mercati e feste cittadine).

Vennero inoltre indicati dei luoghi all’interno dello spazio pubblico nei quali il gioco poteva essere svolto senza particolari restrizioni.

Nell’Italia comunale del XIII secolo le autorità cittadine posero sotto il proprio controllo le baratterie, luoghi dove era possibile giocare per denaro ai quei giochi altrimenti proibiti, dando origine alla prima bisca pubblica e la nascita così del Gioco Pubblico.

Se in un primo momento i Comuni amministrarono direttamente le baratterie traendo profitto dalla propensione al gioco dei giocatori, in seguito questi luoghi vennero dati in concessione ai privati che si impegnavano a pagare annualmente all’erario una quota fissata dal comune.

I barattieri erano dei professionisti del gioco, organizzati in società che dovevano adempiere ai compiti stabiliti dal contratto di appalto stipulato con il Comune, volti a tutelare l’ordine e la sicurezza dei giocatori all’interno delle case da gioco autorizzate dall’ordinamento pubblico.

L’opera di riorganizzazione dell’attività ludica, da parte dei principati signorili e dai nascenti Stati nazionali, fu possibile grazie soprattutto ad un cambio di paradigma nella riflessione bassomedievale sul gioco, venne riscoperto infatti il valore individuale e sociale delle pratiche ricreative anche di natura aleatoria.

Il soggetto che occasionalmente si cimentava in una partita a dadi, magari in quei periodi di maggiore tolleranza sociale come nelle festività, non si macchiava più di peccato e non trasgrediva le regole del vivere associato.

Esplicativo in tal senso fu il pensiero del religioso Angelo da Chivasso il quale arrivò a sostenere che l’azzardo, se praticato in modo saltuario e con finalità ricreative, può essere assimilato a qualsiasi altra forma ludica, rientrando a pieno titolo tra quei giochi che sono propri degli esseri umani.

Lo svago e il gioco iniziano ad assumere le connotazioni di un valore indispensabile al lavoro. L’uomo, per potersi esprimere al meglio durante la propria attività lavorativa che lo nobilita e lo eleva dallo stato di pura esistenza, necessita del riposo e dei momenti di ricreazione e svago dove il gioco trova la sua massima espressione.

Questa rinnovata concezione, che si afferma negli ultimi secoli medievali, sarà di fondamentale importanza per gli sviluppi che ricopriranno la sfera ludica durante l’era moderna e per l’influenza che il gioco avrà sulle rinnovate e complesse strutture sociali dei secoli successivi.

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