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Gioco di Stato: cancellarlo è un’utopia, sostenerlo un’opportunità

30/07/2019

Costruire e non distruggere, potenziare e non indebolire.

Un paradigma, quello della crescita, che non sembra essere applicabile in Italia all’industria del Gioco.
Sappiamo bene ormai con quanta veemenza e cieca ostinazione si è deciso – in particolare una certa classe politica – di contrastare un settore che rappresenta a conti fatti la terza industria del paese e che impiega tra lavoratori diretti e indotto circa 300mila persone, dunque una discreta percentuale di lavoratori italiani.
Sappiamo anche quanto ormai l’argomento sia diventato una piazza di scontro puramente politico, con una gara quotidiana a chi la spara più grossa per provare a recuperare consensi, ancor di più laddove proprio il consenso comincia a venir meno e probabilmente qualcuno comincia a non sentirsi più il terreno sotto i piedi.


Ma al di là della politica, al di là delle dichiarazioni ad effetto e dell’ormai costante clima da campagna elettorale a cui purtroppo ci siamo abituati, c’è una questione più alta, più importante, sulla quale non si può speculare.

È la questione della crescita di questo paese, della visione che si ha sul futuro del nostro sistema industriale ed economico ma che è strettamente dipendente dalle scelte che si stanno facendo ora, in questi anni, in questi mesi.

Parlando di gioco, l’approccio che ormai da anni si porta avanti è quello della negazione, quello della distruzione del settore, perché complicato, problematico e difficile da gestire e controllare.

Ma uno Stato che si rifiuta di gestire in modo efficiente, controllare in modo sicuro e garantire ai propri cittadini la tutela, ai propri lavoratori i loro diritti e alle proprie aziende un sostegno, che Stato è?

È ovvio, è naturale che sia più semplice, osteggiare, cancellare, radere al suolo.
Ovvio e anche conveniente quando con la solita demagogia da campagna elettorale si evoca il “demone dell’azzardo” giocando una carta sempre vincente, quella si. in termini di facili consensi.


Ma distruggere, cancellare è davvero conveniente per il futuro di questo paese?


E non parliamo in termini di bisogno, di monetizzazione del gioco di cui i bilanci dello stato non possono fare a meno,ma in termini di potenzialità.

Se un settore talmente martoriato a livello burocratico, legislativo e mediatico riesce ancora ad essere trainante, a creare occupazione e profitti, tanto da sostenere le casse dello stato e le sue riforme, siamo proprio sicuri che non potrebbe diventare un grande volano per l’intero sistema economico, più di quanto non lo sia già?

Soprattutto considerando che laddove il proibizionismo italiano 2.0, unico ed isolato caso in europa, ha prodotto un drastico calo dell’offerta legale, questo non ha in alcun modo impattato su un calo della domanda.

Bisogna prima o poi fare i conti con la realtà: la domanda di gioco non cede, non subisce flessioni. Quello che cambia sono i canali e l’effetto di sostituzione con il mercato illegale. In un ecosistema ormai totalmente digitalizzato, dove gli stati sono sempre più impotenti di fronte al dilagare delle infinite possibilità dettate dall’immediatezza della rete, la domanda non si ferma e non lo farà mai.

Lo ha dimostrato empiricamente ed emblematicamente il caso del Piemonte, dove a fronte del calo dell’offerta l’unico evidente effetto è stato un pressoché immediato aumento dei canali illegali e un trasferimento della domanda su quei mercati. Con tutte i rischi annessi e connessi: dalla mancanza delle tutele ai giocatori, alla totale incapacità degli organi di controllo di vigilare, monitorare, quantificare ed intervenire in alcun modo sull’attività di gioco sommersa. Che diventa un vero e proprio danno economico per lo Stato oltretutto.

Senza considerare l’enorme platea di servizi e professionisti che intorno a questo settore gravitano e ne rappresentano l’indotto, come nel caso degli operatori colpiti dall’assurdo divieto di pubblicità che non permette la distinzione tra ciò che è legale e ciò che non lo è e sostanzialmente equipara tutti a vantaggio di chi non ha le carte in regola.

Oltre al danno, anche la beffa.

Le imprese che operano nel settore dei giochi e che risultano essere in attività secondo l’ultimo report delle Camera di Commercio sono complessivamente 7.029.
Più di 7mila imprese italiane regolari e iper controllate che impattano in maniera sostanziale su PIL, occupazione, tessuto economico e sociale.

Appurato che non è possibile – neanche volendo – cancellare questo settore, ne tantomeno impedire alla domanda di esistere, le strade sono effettivamente due.

Continuare a delegittimarlo, provando inutilmente a cancellarlo, senza riuscirci. Oppure, come dovrebbe fare uno Stato che sfrutta al meglio le proprie risorse e i propri migliori asset, bisogna cominciare a guardarlo come un settore portante, che può crescere e molto, produrre ricchezza e , perché no, far valere quella eccellenza italiana che in tanti altri settori viene apprezzata ed esportata.

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