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Ricerca Doxa conferma che il distanziometro non serve a nulla

30/10/2019

Il giorno martedì 29 ottobre a Roma, presso la sede di BVA-Doxa, si è tenuta la tavola rotonda con tema “Gli effetti del distanziometro e dei limiti orari”. La BVA-Doxa è la più importante azienda italiana di ricerche di mercato e ha presentato in questa sede il proprio studio in materia di gioco ed effetti delle politiche proibizionistiche sulle abitudini dei giocatori.

I numeri della ricerca:
Se chiudesse un luogo di gioco abituale per effetto del distanziometro, il 65% delle persone si sposterebbe altrove per giocare o punterebbe (per il 29%) allo stesso gioco in versione online.
Di fronte all’ipotetica chiusura di un negozio di gioco, il più delle volte si cerca un’alternativa, che sia un altro punto vendita o il gioco su internet.
In particolare, si sposterebbe in un altro punto vendita il 69% dei giocatori delle scommesse sportive, il 65% dei giocatori delle Slot e il 61% dei giocatori Vlt, mentre giocherebbe allo stesso gioco online il 30% dei giocatori di scommesse sportive, il 20% dei giocatori delle Slot e il 25% dei giocatori Vlt. Solamente il 12%, emerge dallo studio, smetterebbe di giocare qualora chiudesse il luogo di gioco abituale.
Nel dettaglio, smetterebbe di giocare l’8% dei giocatori delle scommesse sportive, il 16% dei giocatori Slot e il 19% dei giocatori Vlt. Per il 44% del campione, inoltre, i limiti orari non impatterebbero sulla frequenza e sulla spesa del modo abituale di giocare, per il 25% impatterebbero poco su frequenza e spesa, per il 23% impatterebbero in parte e per il 7% impatterebbero del tutto su frequenza e spesa di gioco.


Dal confronto è emersa una opinione condivisa, e supportata dai risultati emersi dagli studi e ricerche dei diversi osservatori: la sostanziale inefficacia di strumenti quali distanziometro e limiti orari imposti in ormai quasi tutte le regioni come disincentivanti al gioco. Dai dati emersi, risulta che la maggior parte dei giocatori, di fronte all’ipotetica chiusura di un negozio di gioco, il più delle volte cerca un’alternativa, che sia un altro punto vendita o il gioco su internet.


Grazie allo studio BVA-Doxa, si è messo in luce come l’ipotetica chiusura dell’esercizio abituale non rappresenta un ostacolo rispetto al continuare a giocare, la consuetudine, oramai familiare, del giocatore non sembra contemplare la rinuncia al proprio ”momento di svago. Solo il 12% infatti dice che smetterebbe di giocare (in generale o a quel gioco specifico)”.

“L’alternativa che viene preferita è quella di ‘spostarsi su un altro bar/sala/tabaccheria’ (65%); tale soluzione si rivela pienamente in linea con le abitudini dei giocatori che – nonostante siano piuttosto legati ad un luogo specifico – si trovano spesso ad avere delle locations alternative (per esempio nelle vicinanze del lavoro oppure limitrofe a casa) nelle quali saltuariamente si recano anche se non sono quelle preferite. O, ancora, in caso di chiusura del punto vendita passano a giocare on line, spinti prevalentemente da quelle caratteristiche di immediatezza ed accessibilità che la fruizione on line mette a disposizione dei suoi utenti (29%).


Ma, oltre il tema della distanza, quello che chiedono a gran voce i giocatori, laddove intervistati attraverso tecniche in profondità, è che i media vengano sensibilizzati verso un maggior rispetto di chi gioca per divertirsi, per puro intrattenimento e svago, che sono – come ben emerge dai dati della ricerca – la stragrande maggioranza di chi gioca.

Gli intervistati dichiarano infatti di essere stanchi di questa continua stigmatizzazione, e accostamento a quella percentuale minore di persone problematiche, in cui non si riconoscono e con la quale non vogliono essere confusi. Il gioco è evasione, passatempo, diversivo, ed anche un momento sociale, ed è secondo loro questa parte positiva che andrebbe evidenziata e divulgata per educare al vero gioco responsabile.


Marginalità sociale e ghettizzazione sono le keyword del Professor Luciano Monti, che nel suo intervento ha sottolineato come “mettere al bando il gioco legale con una misura protezionista tale da stringere e costringere i giocatori problematici e patologici ai confini delle città, non suona come una politica sociale. La più concreta arma contro il gioco patologico non consiste nel nascondere il fenomeno nelle periferie ma, innanzitutto, potenziare gli investimenti nell’educazione e cultura nelle scuole e nella prevenzione e assistenza da parte dei SerD. Con ciò si intende anche avere uno sguardo lungimirante al futuro, in cui sarà sempre più ampio il mercato del gioco online, che, per ovvia natura, sfugge a provvedimenti di carattere fisico.”


L’avvocato Luca Giacobbe a sua volta, ha evidenziato che “il settore del gioco legale in Italia ha un alto grado di complessità dovuto alla varietà degli attori coinvolti – lo Stato, gli enti locali, i giocatori, le aziende, gli addetti – all’ampiezza dell’offerta di gioco, ai rischi di compulsività e di infiltrazioni criminali. La normativa emanata negli ultimi anni dagli enti locali che ha riguardato l’introduzione di distanziometri e di limiti orari fortemente penalizzanti per gli operatori legali e i provvedimenti dei governi che si sono avvicendati negli ultimi anni finalizzati solo a inasprire la pressione fiscale del settore appaiono ispirati proprio dalla necessità inversa di dare risposte semplici ed immediate e che si sono rivelati alla prova dei fatti scarsamente efficaci.”


Molto centrata sulla lotta all’illegalità è la riflessione del Senatore Riccardo Pedrizzi che ha spiegato: “Molte Regioni tendono a rinviare l’applicazione del “distanziometro” per la consapevolezza dell’impatto sull’occupazione e per la inevitabile moria di moltissimi operatori. Ma tendono a sottovalutare lo spazio che si espande per il gioco illegale in presenza di una eccessiva compressione di quello legale. Per questo è giusto lanciare l’allarme proprio sulla recrudescenza del gioco illegale gestito dalla malavita e dalla criminalità organizzata. Siamo consapevoli che l’attenzione sociale al mondo dei giochi si è accresciuta e di converso è cresciuta la richiesta di una regolamentazione trasparente, semplice, efficace, per sostenere le aziende e gli operatori del settore e per debellare il fenomeno del gioco illegale. Per tale motivo la lotta al gioco clandestino deve rappresentare un obbiettivo prioritario, non solo e non tanto per la salvaguardia degli interessi erariali, ma soprattutto per tutelare la salute pubblica, per battere l’illegalità, la criminalità organizzata e tutte le forme di attività che inquinano e rendono poco trasparente il gioco, esponendo i cittadini a rischi. La lotta e il contrasto di tali attività si realizza quindi anche con un’estensione massima del controllo di legalità e di trasparenza della gestione e dell’organizzazione dei giochi, e non con il divieto di vendita, con l’aumento di imposizione fiscale e con il rialzo sui prezzi”.


Il Dottor Maurizio Bernardo ha chiarito quanto sia “indispensabile un confronto costruttivo fra tutti gli attori coinvolti (politica, istituzioni, operatori del settore, enti locali) nell’ottica di armonizzare la normativa e uniformarsi agli standard internazionali, di equilibrare le esigenze di tutela dell’ordine e della salute pubblica con la necessaria sopravvivenza del gioco made in Italy che, per la sua regolamentazione articolata e complessa, è preso a modello in Europa. L’approccio schizofrenico e proibizionistico impedisce di fatto la salvaguardia di una industria che non solo contribuisce all’economia del paese ma che rappresenta, soprattutto sul territorio, il primo presidio di legalità. Vi è un evidente vuoto informativo, una coltre di fumo che rende estremamente difficoltosa la comprensione delle dinamiche di questa industria, del suo funzionamento. Bisogna lavorare insieme per diffondere una cultura del gioco responsabile, condizione necessaria in primis nella lotta contro i comportamenti patologici.”


A chiudere l’incontro è stato il Dottor Domenico Faggiani che ritiene sia necessario procedere ad un riordino di tutta la normativa in materia di gioco pubblico. “Un riordino che preveda: una riduzione e riqualificazione di tutta l’offerta di gioco; la riduzione dell’offerta può essere effettuata attraverso un contingentamento, riprendendo la proposta contenuta nel documento approvato in sede di Conferenza Unificata nel mese di settembre 2017, con ripartizione fra le regioni e, di conseguenza, al loro interno. Ai comuni il compito di programmare la distribuzione, nel proprio territorio, dell’offerta di gioco, evitando eccessive concentrazioni e/o collocazioni inadeguate. Lo strumento delle distanze andrebbe introdotto nella distribuzione dell’offerta, seguendo criteri simili a quelli previsti dalla legislazione in materia di rivendite di tabacchi. Le decisioni, poi, sugli orari, di competenza degli enti locali, dovrebbero essere coordinate a livello territoriale, con il coinvolgimento di ADM, Questura e Guardia di Finanza, cioè di coloro che sono preposti ai controlli.”
 FONTE


Prima di questo studio effettuato dalla principale società di ricerche di mercato, l’inefficacia del distanziometro e delle limitazioni orarie era già stata certificata dall’Istituto Superiore di Sanità, dalla comunità scientifica in particolare da specialisti di dipendenze e disturbi del comportamento e dall’Istituto Eurispes.
Di fronte ad una tale evidenza di dati, ricerche, dimostrazioni scientifiche ed empiriche, riteniamo a questo punto una grave mancanza continuare ad ignorare la realtà a discapito esclusivo delle aziende e dei lavoratori. Una colpa che grava sia sulla classe politica che non prende una posizione decisa, sia sulle amministrazioni locali che insistono nell’imporre limitazioni inutili e dannose.

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